EU-US Free Trade Agreement: The Value of Collective Bargaining

Since its highlight by President Obama during last month’s State of the Union address, the question of a free trade agreement between the US and the EU has come to the forefront of global policy debates. Formally entitled “Transatlantic Trade and Investment Partnership” (TTIP), and dubbed by the press already as the “agreement of the century”, the deal under active negotiation since February 13th would involve the complete abolishment of import tariffs between the two countries, as well as the harmonization of many regulations and standards governing the provision of goods and services across the pond. As opposed to other foreign policy and trade policy matters, where the EU’s cacophony and lack of coordination can be appalling (see the article “Divide et Impera” on Atlantis 1/2013), there is virtually unanimous support for such a deal to come through in all of Europe.  The same applies also for the US.

Il punto culminante del discorso del presidente Obama  sullo stato dell’Unione, è stata la questione di un accordo di libero scambio tra gli Stati Uniti e l’Unione europea, ponendosi quasi subito alla ribalta dei dibattiti politici in ogni angolo del mondo. Formalmente intitolato “Scambi transatlantici e partnership per gli investimenti” (TTIP), e soprannominato dalla stampa come già l ‘”accordo del secolo”, l’accordo in fase di negoziazione attivo dal 13 febbraio comporterebbe la totale abolizione delle tariffe d’importazione tra i due paesi, nonché l’armonizzazione di molte norme  che disciplinano la fornitura di beni e servizi. Al contrario di altre situazioni  di politica estera e di politica commerciale, dove l’Unione europea aveva dimostrato atteggiamenti cacofonici  e una mancanza di coordinamento spaventosi (vedi l’articolo “Divide et Impera” su Atlantis 1/2013), c’è stata una approvazione praticamente unanime in tutta l’Europa per la prospettiva di questo nuovo corso. Lo stesso vale anche per gli Stati Uniti.

However, ironing out the differences between involved parties and lobbies is by no means self-evident, and third country observers are often mildly wary of the implications of the TTIP for those left outside of the table. Notwithstanding, the overall net value of this agreement if completed would be extremely positive, not only from a pure macroeconomic perspective, but also from political one – a clear example where a fully coordinated and unified Europe can still take the lead in global progress towards freer and higher standards of economic activity, particularly after the lack of results delivered by the Doha round.

Tuttavia, non sarebbe giusto dimenticare le differenze tra le parti interessate e le lobby, e gli osservatori dei paesi terzi possono anche leggermente diffidare delle implicazioni del TTIP. Nonostante ciò, il valore netto complessivo del presente accordo se portato a termine sarebbe estremamente positivo, non solo dal punto di vista macroeconomico puro, ma anche politico – un chiaro esempio in cui una finalmente coordinata e unificata Europa può ancora prendere l’iniziativa di progresso globale verso più liberi e più elevati standard di attività economica, in particolare dopo la mancanza di risultati forniti dal ciclo di Doha.

If completed, the EU-US agreement would be the biggest bilateral trade deal ever negotiated, and set a precedent for further incursions into global free trade and investment flows. Furthermore, according to official forecasts, this deal could release a boost of as much as 0.5% to GDP in Europe alone. Another way of looking at it – the cheapest possible stimulus package available to both struggling economies.

Se completato, l’accordo UE-USA sarebbe il più grande accordo bilaterale commerciale mai negoziato, e costituirebbe un precedente per ulteriori aperture al libero scambio mondiale. Inoltre, secondo le previsioni ufficiali, questo accordo potrebbe rilasciare una spinta di ben il 0,5% al PIL nella sola Europa. Un altro possible modo di vedere la cosa, è considerare che il pacchetto sarebbe un formidabile stimolo economico possibile a disposizione di entrambe le economie in difficoltà.

The European Union and the United States have the largest and most integrated bilateral trade relationship in the world, accounting for thirty percent of global trade flows, according to European Commission figures. The largest component of this trade consists of investment under the form of intra-company transfers. Accordingly, removing regulatory barriers to operation by US companies in European markets and vice-versa constitutes the de facto principal challenge of transatlantic trade liberalization. Average tariffs between the two are already extremely low (under 3%), so maximizing the potential growth stimulus arising from this free trade agreement involves not only reducing the latter, but more importantly eliminating non-tariff barriers, a much less linear strategy that requires complex negotiations and concessions from both parties.

L’Unione europea e gli Stati Uniti hanno il rapporto più importante e più integrato di scambi bilaterali nel mondo, pari al trenta per cento dei flussi commerciali mondiali, secondo dati della Commissione europea. La componente maggiore di questo flusso commerciale è costituita da investimenti sotto forma di trasferimenti intra-aziendali. Di conseguenza, la rimozione di ostacoli normativi al funzionamento di società americane nei mercati europei e viceversa costituisce la sfida di fatto principale della liberalizzazione del commercio transatlantico. Le tariffe medie tra i due poli sono già molto basse (inferiori al 3%), in modo da massimizzare lo stimolo potenziale di crescita derivante da questo accordo di libero scambio coinvolge non solo la riduzione di quest’ultimo, ma soprattutto l’eliminazione delle barriere non tariffarie, una strategia molto meno lineare che richiede complesse trattative e concessioni da entrambe le parti.

Amongst the most sensitive areas are genetically modified organisms (GMOs), pharmaceutical testing standards, patents, airline services and access to government procurement contracts irrespective of national origin. Currently GMOs legally produced for food consumption in third countries need a separate authorization for their use within the EU; the issue is particularly salient for genetically modified maize and soybean crops used for animal feed, as well as hormone-treated beef.

Tra le due aree, le divergenze più sensibili sono sugli organismi geneticamente modificati (OGM), le normative sui brevetti farmaceutici, i servizi delle compagnie aeree e l’accesso agli appalti pubblici indipendentemente dall’origine nazionale. Attualmente gli OGM legalmente prodotti per il consumo alimentare nei paesi terzi sono sottoposti ad un’autorizzazione specifica per il loro utilizzo all’interno dell’Unione europea: la questione è particolarmente saliente per il mais geneticamente modificato e le coltivazioni di soia utilizzate per l’alimentazione degli animali, così come le carne agli ormoni.

Both the French and US farm lobbies are ready to battle on the broader topic of trade in agricultural products, with the French less willing to open fully to US agricultural products and the American farm lobby declaring that there should be no deal unless agriculture is involved. A similar battle goes on in the pharmaceutical sector. Just last week a leading US pharmaceutical group sued the European Medicines Agency for releasing detailed data on the effects of one of its top-selling drugs in individual patients in clinical trials. The European emphasis on openness and transparency to guarantee safety and efficacy of consumers arguably clashes with the preservation of commercially-sensitive information and the competitive advantage of companies vested in these products. Perhaps a trade-off with the above GMO related concessions could be achieved, where more detailed product information would become publicly available in exchange for broader market access. If an agreement is reached on such standards bilaterally, the odds that they become global benchmarks are extremely high – with the combined EU-US block as the world’s primary consumer market, pressure will be unavoidable up the production chain to comply with the Euro-American paradigm.

Entrambe le lobby agricole sia francesi che degli Stati Uniti sono pronte a combattere sul tema più ampio del commercio di prodotti agricoli, con i francesi meno disposti ad aprire completamente per i prodotti degli Stati Uniti e la lobby agricola americana dichiarando che non si dovrebbero coinvolgere i prodotti agricoli in una battaglia ideologica. Una battaglia simile accade nel settore farmaceutico. Proprio la scorsa settimana un gruppo farmaceutico leader negli Stati Uniti ha citato in giudizio l’Agenzia europea per i medicinali per il rilascio di dati dettagliati sugli effetti di uno dei suoi farmaci più venduti. L’enfasi europea sull’apertura e la trasparenza per garantire la sicurezza e l’efficacia dei consumatori si è scontata discutibilmente con la protezione di dati commercialmente sensibili e ha leso il vantaggio competitivo delle imprese che hanno operato forti investimenti in questi prodotti. Forse un trade-off simile alle precedenti concessioni relative agli OGM potrebbe essere realizzato, magari barattando informazioni più dettagliate al pubblico  con un accesso al mercato più ampio. Se si raggiunge un accordo su tali norme bilateralmente, le probabilità che diventino punti di riferimento nel mondo sono estremamente elevate – con il combinato UE-USA che diventerebbe il blocco  del mercato di consumo primario del mondo.

Which begs the question of how the rest of the world ought to perceive the advent of a transatlantic FTA. Some of the trade creation between the two countries may constitute trade diversion from those left outside the fence (namely China, India, Brazil), whose economic growth relies heavily on exports to the United States and Europe. Effectively there is a distortion created by the differential trade treatment which may outweigh the comparative cost advantage of other major trading partners in certain sectors. However, most formal estimates of this diversion point only to losses of insignificant magnitude. On the other hand, the economic growth spurred by the agreement within the US and Europe, both of which are currently going through prolonged recessions, would stimulate demand for imports even from outside the combined region, which could make up for some (if any) losses accruing from trade diversion.

Il che pone la questione di come il resto del mondo dovrebbe percepire l’avvento di una zona di libero scambio transatlantico. Alcune delle creazione di scambi tra i due paesi possono costituire la deviazione da quelli lasciati fuori del recinto (cioè Cina, India, Brasile), la cui crescita economica si basa fortemente sulle esportazioni verso gli Stati Uniti e l’Europa. Effettivamente c’è una distorsione creata dalla differenza di trattamento commerciale che possono superare il vantaggio comparativo dei costi di altri importanti partner commerciali in alcuni settori. Tuttavia, la maggior parte delle stime ufficiali del presente punto unico diversivo a perdite di grandezza insignificante. D’altra parte, la crescita economica stimolata dal contratto negli Stati Uniti e in Europa, entrambi i quali sono attualmente in corso attraverso recessioni prolungate, stimolerebbe la domanda d’importazioni anche da fuori regione combinata, che potrebbe fare per alcuni (se presente) perdite derivanti dalla deviazione degli scambi.

Nearly everyone on both sides of the table recognizes both the potential economic value and the special arduousness and sensitivity of the negotiations at hand. Yet what seems to go under the radar is that none of this would have been possible without a concerted advocacy effort by the European Union, collectively. Together, it and the US make up half of the world’s GDP, but isolated, each EU member state would raise much less leverage from the US for bilateral trade negotiations. Furthermore, only a systematically cohesive stance on the EU’s behalf will ensure that the outcome of the forthcoming negotiations will ensure the best interest and rights of European citizens are safeguarded. The US has a long history of hard bargaining to protect its domestic pressure groups, including labor unions and agricultural lobbies who are likely to have key interests at play this time around as well. The end-of-year timetable for an agreement is tight, and the window of opportunity fleeting. If European security and consumer protection standards are to serve as an international model, it will be thanks to concerted collective bargaining by EU members as a single entity with firmly grounded objectives.  From the European perspective, while the member states have so far showed more unity on this than on other subjects, in France there are still mixed feelings about a trade agreement (mainly due the concerns related to the agriculture as described above), as opposed to Germany where support is almost unequivocal.  It is unlikely however that the French position could derail the process.  Another advantage explained by supporters of the TTIP is its potential attractiveness for the UK, which would then be persuaded to stay within the EU.  Most British business leaders have expressed support for a free trade agreement between the EU and  the US., However, some  argue that the TTIP may not have a strong “magnet” effect for the UK after all, since,  once the EU has concluded such a broad free trade agreement with the US, it would be hard for it to refuse granting the same treatment to the UK even after it has exited the EU bloc. Overall, the authors tend to believe that the benefits deriving from the TTIP can still play a significant role in keeping the UK in.

From an historical perspective, the last call is in for passengers to board the trade liberalization ship. Japan just announced its plans to join the Trans-Pacific Partnership (also under current negotiation), which will likely include Mexico, the US and Australia, amongst other Pacific ring economies. If the European economic appeal described above is to remain relevant for the US relative to the doors opening to the West, crunch time is due for the TTIP negotiations. Under the new rules of the game, Europe can only sustain relevance by gathering all its chips into one player’s hand. In 1948, when the Marshall Plan started its operations, it may have been obvious to the US public and government that a prosperous Europe was an essential pillar of American success economically and politically; they were America’s primary consumer market and political ally. Today, the US has got other options. Notwithstanding, it is in the latter’s interest to guarantee its own relevance as well as an influential global player, especially in light of the rapid rise of BRICs. Europeans will have to show adaptability and swift negotiating skills. It is a new era, with new players and higher stakes. But first-mover advantage still holds.

 Da una prospettiva storica, la liberalizzazione dei traffici commerciali è l’ultima chiamata. Il Giappone ha appena annunciato la sua intenzione di aderire al Trans-Pacific Partnership (in corso di negoziazione), cui vorrebbe aderissero il Messico, gli Stati Uniti e l’Australia, tra le altre economie del cerchio del Pacifico. Se il richiamo economico europeo di cui sopra è rilevante per gli Stati Uniti ma inferiore alle porte che si aprono verso l’Occidente, tempi bui si prospettano per i negoziati TTIP. Secondo le nuove regole del gioco, l’Europa non può che sostenere che la partita si gioca con le fiches in una sola mano. Nel 1948, quando il Piano Marshall iniziò,  l’opinione pubblica americana e il governo davano per scontato che un’Europa prospera era un pilastro essenziale del successo americano economicamente e politicamente, visto che proprio l’America era il mercato di sbocco primario e il principale alleato politico. Oggi, gli Stati Uniti hanno avuto anche altre opzioni. Nonostante ciò, è interesse di questi ultimi garantire la propria rilevanza proprio quale attore globale influente, in particolare alla luce del rapido aumento del BRICS. Gli europei dovranno dimostrare capacità di adattamento e rapide capacità di negoziazione. Si tratta di una nuova era, con nuovi giocatori e maggiori rischi. Ma detengono ancora il vantaggio della prima mossa.

Maria Coelho is an economist and coordinator of the European Federalist Party in the U.S., as well as Board member of the EFP. She lives in San Francisco.

Maria Coelho è un’ economista e coordinatrice del Partito Federalista Europeo negli Stati Uniti, nonché membro del Consiglio di EFP. Vive a San Francisco (Ca, Usa)

Marco Marazzi is a partner in an international law firm and Secretary General of the European Federalist Party. He lives in Milan.

Marco Marazzi è socio di un importante studio legale internazionale e segretario generale del Partito Federalista Europeo. Vive a Milano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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International lawyer, political campaigner, convinced liberal and eurofederalist

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